LE NOSTRE STORIE | 3 marzo 2015

Zia e volontaria per la nipotina e tutti i bambini che si ammalano di leucemia

Era il 2 marzo del 2012. Anno bisesto.

Mancavano ventinove giorni al mio matrimonio con Luca e ricordo tutto di quella mattina.

Ero appena arrivata alla metropolitana di San Donato e stavo recandomi in ufficio, quando ricevo la telefonata di mia sorella: “ho deciso di portare Greta alla Clinica De Marchi, su suggerimento del pediatra”, mi dice.
Era da circa un mese che mia nipote non stava bene: la febbre andava e veniva. Lei era quasi sempre stanca, ma gli esiti degli esami del sangue ed i controlli dal pediatra non avevano rilevato alcunché di anomalo fino a quel momento.

Dico a mia sorella di passare a prendermi a San Donato, così l’avrei prima accompagnata in ospedale e poi sarei andata in ufficio.

Arriviamo alla De Marchi e dopo l’accettazione, saluto mia sorella con la raccomandazione di farmi sapere qualcosa.

Si fanno le 14, torno dal pranzo e di mia sorella ancora nessuna notizia. Decido di telefonarle.
Dall’altro capo del telefono, mi risponde un’automa. Mi spavento. Capisco solo una parola, tra le mille che dice fra le lacrime: LEUCEMIA.
Mi precipito da lei, farfugliando non ricordo più cosa alla mia collega.

Arrivo e trovo mia sorella con alcuni medici e, da una parte, Greta con una cara amica di famiglia.
Raggiungo mia sorella.
I medici stanno predisponendo il trasferimento in ambulanza all’ospedale San Gerardo di Monza, per accertamenti.

Mia sorella è in uno stato catatonico, l’accompagno in bagno per farle sciacquare la faccia e lì crolla. Si lascia andare alle lacrime e alla disperazione. La paura di perdere la sua unica figlia è qualcosa di indescrivibile a parole.

Torniamo dai medici e da Greta.

È arrivata l’ambulanza. Durante il tragitto io cerco di distrarre Greta che all’epoca aveva otto anni. Mia sorella fa una serie di telefonate.

Al San Gerardo troviamo mio cognato che dal suo ufficio è arrivato a tempo di record.

I volontari dell’ambulanza ci accompagnano al padiglione B dove troviamo la gentilissima dottoressa Longoni ad accoglierci e che ci accompagnerà poi al padiglione C, quindi all’undicesimo piano: reparto di ematologia pediatrica.

Ricoverano così Greta per accertamenti.

Vedo chiudersi le porte del reparto e vedo mia sorella, mio cognato e mia nipote allontanarsi da me.

Torno a Milano, in ambulanza, accompagnata dai volontari della Croce Rossa.

Del lungo periodo successivo a tutto ciò, ricordo alcuni istanti molto chiaramente.

Ricordo il pallore di mia nipote, quella mattina del 2 marzo.

Ricordo me, mia mamma e mia sorella sedute intorno al tavolo della cucina a casa di mia sorella, tornata per prendere alcune cose necessarie durante il ricovero.
Siamo in silenzio e cerchiamo di trovare una spiegazione a quanto ci sta accadendo. Messe a dura prova un’altra volta, dopo trentadue anni dalla morte di nostro padre, non troviamo risposte alle nostre domande.

Ricordo di non aver pianto in quei giorni, ma di averlo fatto in modo violento ed inaspettato un mese dopo.

Ricordo mia sorella che mentre fuma freneticamente una sigaretta sui balconi dell’undicesimo piano, mortificata, mi dice che forse non potrà partecipare al mio matrimonio.

Ricordo d’aver pensato che in un momento così drammatico per lei, si era preoccupata per me e del mio sciocco (se rapportato a quello che stavamo vivendo in quel momento) matrimonio.

Ricordo l’inizio del faticoso percorso intrapreso da mia nipote.

Ricordo mia nipote, il giorno del mio matrimonio, in tutto il suo splendore nonostante avesse già iniziato con le cure che da lì a poco l’avrebbero cambiata fisicamente.

Ricordo l’atrio dell’undicesimo piano gremito di parenti.

Ricordo la faccia tirata di mia sorella e di mio cognato.

Ricordo la disperazione di mia mamma.

Ricordo le preghiere di tutti.

Ricordo di aver smesso di pregare il 5 marzo 2012, alla conferma della diagnosi di leucemia linfoblastica acuta.

Ricordo di aver perso le parole, ogni volta che avrei voluto trovarne mille per consolare mia sorella.

Ricordo le mani fini e la pelle trasparente di mia nipote.

Ricordo la sua stanza, in ospedale, condivisa, in quel momento, con un’altra bimba di quattro anni.

Ricordo le conversazioni via Skype perché, a causa del suo sistema immunitario severamente compromesso dalla chemioterapia, non potevamo andarla a trovare.

Ricordo le parole di mia sorella che, tra lacrime e disperazione, mi spiegava quanto fosse tutto così maledettamente difficile.

Ricordo la determinazione, la forza di volontà e la fede di mia sorella.

Ricordo la foto di Greta felice, finalmente a casa, mentre addobba l’albero di Natale.

Ricordo i momenti trascorsi nei box del day hospital, quando cercavo di tirarle su il morale, durante la chemioterapia, giocando alla zia stordita e maldestra.

Ricordo il momento in cui ha sospeso la somministrazione di chemioterapia per via endovenosa.

Ricordo i primi giorni di scuola di Greta, tornata finalmente tra i suoi compagni di classe.

Ricordo il giorno in cui le hanno sospeso definitivamente le cure, il 7 marzo 2014.

Ricordo d’aver pianto di gioia.

Per i medici era guarita.

Oggi Greta ha 11 anni.

Più dell’80% dei bambini malati di leucemia riesce a sconfiggere la malattia, grazie agli innumerevoli passi fatti in questi anni dalla ricerca scientifica.

Ed è soprattutto per questo che sostengo con tutte le mie forze il Comitato Maria Letizia Verga.
Per tutto quello che hanno fatto in questi anni e per tutto quello che ancora faranno, in collaborazione con il Centro di ricerca Matilde Tettamanti.

La speranza non va mai perduta, così come la fiducia nei medici e nei ricercatori.

Questa che vedete è una foto scattata lo scorso ottobre, nel giorno della Cresima di Greta.
È una foto che amo molto perché questo semplice scatto racchiude in sé tutto l’amore che provo per lei.

Daniela Li Puma con la nipotina Greta